È da matti, a raccontarlo la gente non ci crede: ventiquattro ore in pattini!!! Impegnativo, ma non impossibile per un pinciarolo. La ventiquattr’ore è uno degli eventi più importanti del Pincio, perché nasce dalla voglia di riappropriarsi di uno spazio per noi vitale: il nostro angolo sul tetto di Roma.

Il brindisi delle cinque del pomeriggio di sabato 15 Settembre dà il via all’ impresa titanica: ventiquattro ore, ventiquattro attività tra giochi, gare, cena e colazione associativa. Il tutto fino alle cinque del pomeriggio di domenica 16. Solo i più duri resistono, o i più matti, perché ritrovarsi a piazzale Flaminio, più o meno alle otto del mattino, ad aspettare l’autobus per risalire al Pincio e poter continuare a giocare dopo una nottata in pattini, apre molti dubbi sulla propria sanità mentale. Come si può immaginare, la fatica di essere efficiente per i giochi, mista alla privazione di sonno, dal momento che le attività continuano anche durante la notte, e ad una buona dose di birra che accompagna ogni evento di matrice pinciana, danno luogo a scene esilaranti, specie di notte, quando i più sono oramai andati a casa, e l’alba sembra non arrivare mai.

Il tutto per eleggere un vincitore e una vincitrice, che per abilità, forza, testardaggine, avranno totalizzato più punti di tutti gli altri. L’ambito titolo di Re, o di Reginetta, non è il solo che viene consegnato in quell’occasione: viene premiata anche la migliore caduta in pattini, il miglior cuoco, il meno dormiente e il più rotelloso, ossia colui che non si è tolto i pattini neanche per un momento, a costo di rimetterci un paio di calzini!!! Un tour de force senza esclusioni di colpi.

L’edizione 2013 ha visto la partecipazione di ben cinquanta pattinatori, tra i quali c’è stato chi è arrivato dopo il lavoro, chi è dovuto andar via prima, e chi ha resistito fino alla mattina dopo, quando una pioggia dirompente ha interrotto le attività intorno a mezzogiorno. Scene indimenticabili si sono succedute, come la miglior caduta, che è avvenuta proprio sul ponte del Pincio, all’imbrunire, quando una coraggiosa pinciarola per portare vettovagliamenti agli altri partecipanti, ha affrontato il terreno sconnesso che conduce al Piazzale dei Martiri: la bottiglia di vino che trasportava, parte dei rifornimenti per la nottata, le è scivolata dalle mani, facendole perdere l’equilibrio. Il risultato è stato: vino irrimediabilmente versato, una rovinosa caduta sui cocci di vetro, una corsa al Pronto Soccorso e due punti di sutura sul braccio destro. Ma se pensate che questo abbia fermato la nostra audace pattinatrice, vi sbagliate; giusto il tempo di farsi ricucire e la nostra eroina torna sul ponte per continuare la ventiquattr’ore.

Gare più impegnative, come downhill su viale Washintong, staffetta sui sanpietrini di Piazzale Flaminio e corsa in salita, si sono alternate ad attività più leggere, come il lancio del conetto. Sfide che solo un pinciarolo può accettare, come ad esempio la gara di “raccolta coni” o “tiro alla fune”, rigorosamente in pattini; sfide tutte al femminile, come la gara di limbo: si son visti ragazzi impallidire di fronte all’elasticità di alcune pinciarole, che senza fatica si accucciavano sempre di più per passare sotto una corda che è stata tesa a meno di una spanna da terra. Giochi a cui non avresti mai pensato di partecipare, come il roller in carriola: eccoti lì ad infilarti i pattini alle mani mentre studi con il tuo compagno di squadra la strategia migliore per vincere la gara senza sfregiarti il mento, e al via dell’arbitro vederti catapultata in un percorso fatto di bottiglie di plastica e conetti, in una corsa di carriole in cui tutto è concesso.

Quest’anno abbiamo visto la partecipazione di pinciaroli – giovani marmotte, che si sono organizzati con tende e materassini da campeggio. Coperte di lana e sacchi a pelo hanno completato l’atmosfera un po’ borderline che si respirava al mattino.

Come tutte le cose più belle, anche la ventiquattr’ore ad un certo punto volge al termine, urge un epilogo, urgono dei vincitori.

Chi vince la ventiquattro ore non è il più bravo, né chi pattina da più tempo degli altri. Chi vince la ventiquattr’ore è un pattinatore per cui un giorno intero su quel piazzale con i pattini ai piedi è anche troppo poco. La ventiquattr’ore è per chi al Pincio già un po’ ci vive, e lo sente come una seconda casa, per chi ci passa una buona parte della giornata e per chi si ritaglia un po’ di tempo tra gli impegni quotidiani perché senza non può proprio stare. La ventiquattr’ore è un evento unico, perché ci insegna che non è importante vincere tutte le gare, ma esserci!!! Esserci sempre, alle cinque del pomeriggio, quando si inizia e son tutti freschi, riposati e carichi; esserci la sera, quando l’adrenalina per la gara in discesa sale e le scorte di alcolici cominciano a scendere; esserci la notte, quando già un po’ brilli, si comincia a giocare a roller soccer per far sì che la mattina arrivi prima; esserci per il giro all’alba, quando Roma è ancora addormentata, quando poche auto percorrono le strade e questa città così rumorosa e trafficata di giorno diventa la tua splendida pista di pattinaggio personale. Esserci per la colazione e ridere della faccia che fanno i baristi che ti vedono entrare in pattini alle sette di domenica mattina. Esserci intorno alle dieci, quando le famiglie con bambini cominciano ad affollare il ponte del Pincio e tu cerchi di far sparire le bottiglie vuote e nascondere quelle avanzate.

E alla fine, non c’è niente che valga quel momento in cui, sfinito, ti levi i pattini sapendo di avercela fatta, di averla conclusa. Camminando a fatica, con gli occhi segnati e i muscoli in fiamme, ti allontani pian piano dal Pincio, da quel posto di cui oramai conosci ogni angolo, dove hai trascorso tutta la notte, dove hai riso e giocato con gli amici, dove ti sei steso per terra, tra la polvere e i segni bianchi dei conetti, avvolgendoti in una coperta rubata ad un amico per cercar di dormire cinque minuti, dove hai visto tramontare la luna e sorgere il sole. Hai vinto la ventiquattr’ore se, mentre ti allontanavi, un po’ già ne sentivi la mancanza.

Una ex, ma non troppo, principiante

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